Passione Gourmet Artecrazia, chef Antonio Raffaele, Lecce, di Carlo Cappelletti

Artecrazia

Ristorante
Via De Chirico 2, Lecce
Chef Antonio Raffaele
Recensito da Carlo Cappelletti

Valutazione

12/20 Cucina prevalentemente di avanguardia

Pregi

  • Il bel contesto.
  • Materie prime curate.
  • Molti piatti sono disponibili in mezza porzione, e vengono proposti due menù degustazione.

Difetti

  • Cucina da registrare su note più interessanti.
  • Servizio sovente distratto.
  • Nessuno ad accompagnare i clienti né in ingresso né in uscita lungo un percorso piuttosto lungo e tortuoso (per quanto segnalato).
Visitato il 07-2013

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Lecce, la Firenze del Sud, è senza dubbio una delle città più belle d’Italia, e tanto gli Italiani quanto i turisti stranieri sembrano, nell’ultimo decennio, averlo finalmente scoperto. L’improvviso successo del Salento, anche come “marchio”, ha riattivato, nonostante la crisi dilagante nello Stivale, il motore dell’imprenditoria turistica, e così gli anni recenti hanno visto il sorgere, anche al di fuori del centro e del capoluogo, di numerose strutture ricettive. L’Arthotel&Park, quattro stelle di interessante concezione architettonica, si trova a Sud Est di Lecce, assai più prossimo alla tangenziale che all’antico tracciato della cinta muraria. L’accesso dall’esterno lascia perplessi: la zona è davvero di poco significato. Eppure, una volta entrati, un’atmosfera completamente diversa accoglie il visitatore: tanto verde, grandi spazi, una bella piscina ed un’accogliente spa e ci si dimentica di tutto, precipitati in una totale pace.
Artecrazia è il ristorante principale dell’Arthotel&Park; al timone del locale troviamo Antonio Raffaele, appassionato chef con tastevin al collo, e la sua cucina, fatta di slanci di spiccata creatività più che di moderate rivisitazioni dei punti di riferimento della gastronomia salentina. Il diffuso utilizzo di erbe, spezie e condimenti poco usuali consente allo chef di percorrere sentieri poco battuti e fotografare da angolature insolite gli ingredienti utllizzati, con tante idee originali soprattutto in abbinamento ai crudi, come il tonno accostato a polvere di olive o le seppie alle rape rosse.
Nel corso della nostra cena i risultati, dobbiamo dirlo, sono stati alquanto altalenanti: accanto a qualche idea vivace e stimolante ben oltre la lettura in carta abbiamo trovato, in una buona parte delle molte preparazioni assaggiate, una generale deriva dolce, davvero dolce, ed una tendenza a coprire i sapori più che ad esaltarli, ad amalgamare eccessivamente più che a lasciare ben distinti gli elementi, per un effetto finale che a tratti ha sfiorato la stucchevolezza. Esemplare, in tal senso, il piatto degli scampi, spenti dall’intensità delle uova di salmone e sommersi dalla dolcezza del cioccolato bianco e di una crema di zucchine cui la menta partecipa ben poco. Sul fronte opposto ci troviamo a lodare preparazioni meno azzardate ma riuscite come la zuppa di piselli nani di Zollino con burratina al basilico, polvere di peperoni con sorbetto di sedano e menta ed una millefoglie golosa e ben eseguita. Piccola delusione invece per il pluripremiato gelato alla nocciola, dolce oltre ogni possibile aspettativa.
Nota finale per un servizio che, non avaro di errori di gioventù, trarrebbe giovamento dalla presenza di un elemento di maggiore esperienza e per una carta dei vini che lascia un po’ a desiderare sui bianchi italiani, con scelte eccessivamente convenzionali rispetto a quelle della cucina. Poche ma buone alternative, invece, sui rossi e sui bianchi esteri.

In apertura: tonno in tempura su crema di carote e arance con polvere di olive. Gustoso, anche se lo spessore della panatura in una crocchetta così piccola finisce per farsi sentire.
Piccola entrata: crema di rape rosse con ricotta alle erbe e pane croccante.
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Scampi con vellutata fredda di zucchine e menta, uova di salmone e cioccolato bianco.
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Seppie di Porto Santo Spirito al profumo di timo con cetriolo e rape rosse.
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Zuppetta di piselli nani di Zollino con burratina al basilico, polvere di peperoni…
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…e sorbetto di sedano e menta
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Suscimi (?) del Salento new style.
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Ravioli di fave e cicorie con crema di cipollotto e riduzione di aceto tradizionale di Modena e liquerizia. L’effetto complessivo è discreto, ma è migliorabile il rapporto fra la spessa sfoglia e l’eccessiva delicatezza di un ripieno che, derivato dal classico salentino, dovrebbe a maggior ragione essere intenso in un raviolo. Dei due contrappunti dolciastri, inoltre, uno è decisamente di troppo.
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Molto problematico il risotto Carnaroli di Sibari con acciughe del Cantabrico, limone di Amalfi, purea di Pere, caffè Barocco e capperi di Salina: tante buone materie prime per un effetto complessivo francamente sconcertante almeno quanto il fatto che nessuno si sia preoccupato di un piatto tornato in cucina praticamente intonso.
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Notevole materia prima per la ricciola scottata con crema fresca alle erbe fresche e fiore di zucca. Il pesce è un poco troppo cotto per gli standard gourmet, ma bisogna anche considerare che da queste parti, diversamente da altre zone della Puglia, un’enorme percentuale della popolazione non toccherebbe neppure con i rebbi della forchetta un trancio di pescato non perfettamente cotto al centro.
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Il gelato alla nocciola Igp campione del mondo.
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Bavarese alla pesca, riduzione di Malvasia del Salento, spuma di menta e cardamomo.
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Millefoglie con chantilly alla vaniglia e variazioni di lamponi.
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5 Commenti.

  • Piermario25 Agosto 2013

    Divertente oggi leggere sul Sole 24 ore Paolini dare un giudizio quasi opposto su buona parte dei piatti provati per questa recensione. Però, effettivamente, qualcosa da registrare in questo locale ci deve essere se né la critica, sostanzialemente positiva, del soi-disant gastronauta né quella, assai più perplessa, di PG mi hanno messo la minima voglia di andarci...

  • Claudio PersichellaNorbert22 Agosto 2013

    Concordo. Assolutamente.

  • Marco 50&5022 Agosto 2013

    Hai ragione la sala ha la responsabilità di porre rimedio, ma se non lo fa e il piatto o un vino, sono oggettivamente immangiabili/imbevibili, mi manca di rispetto e, pur sapendo che la loro opinione non cambierà, credo sia giusto e doveroso che cambino almeno il piatto. Se ordino solo una pizza e una birra alla spina e mi portano al tavolo una pizza bruciata e una spina calda nel fianco, DEVO fare qualcosa, per il rispetto che devo a me stesso. Serenamente. Marco 50&50

  • Carlo CappellettiCarlo Cappelletti22 Agosto 2013

    Diciamo innanzitutto che un piatto può essere sbagliato dal punto di vista esecutivo, concettuale, o nei casi meno fortunati (come quello del risotto in questione) le spie possono accendersi entrambe. Ci sta. Capita. Nessuno ha l'obbligo di rifarlo, di spuntarlo, di offrire un gin tonic. Io non dico nulla. Se lo chef o qualcun altro domandasse, affrontando l'argomento, allora esporrei il mio punto di vista. Serenamente e pacatamente come già accaduto in altri casi, ottenendo in genere la stessa serenità e la medesima pacatezza. Quando nessuno chiede non mi va di mettermi a fare il maestrino. Se l'opinione del cliente non è importante non loro diventerà solo perché è quest'ultimo a imporla. A mio parere queste sono le occasioni dove la sala, non la cucina, ha la responsabilità di porre rimedio.

  • Marco 50&5022 Agosto 2013

    In questi casi (leggi risotto), se pago senza dir nulla vado via scontento (per non dire altro), se lo faccio notare e me lo faccio stornare dal conto, vado via comunque scontento soprattutto per averlo dovuto fare davanti ad amici, se in medio (nessun doppio senso) stat virtus tu che fai ? Marco 50&50

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