Passione Gourmet Campania Felix, Alfredo Buonanno - Passione Gourmet

Campania Felix

di Alfredo Buonanno

L’Aglianico del Monte Taburno

I Romani, evidentemente, nel parlare di “Campania Felix” si riferivano anche ai suoi raffinati vini. Tra essi di certo eccellevano il Falerno – oggi vino DOC  che prende il nome dalla zona in cui nasce, il Falerno del Massico – l’attuale Aglianico – che a quei tempi nasceva dall’antica Vitis Hellenica – e il Fiano che si produceva dalla famosa Vitis Apiana.

Ma la vera dispensa vitivinicola campana è da sempre il Sannio. Qui, infatti, si produce più della metà del vino campano tutelato (IGT, DOC e DOCG).

La provincia di Benevento è un enorme museo ampelografico: ai tanti vitigni autoctoni, dal dopoguerra in poi, si sono aggiunti vitigni italiani come il Sangiovese, il Montepulciano, il Trebbiano e, negli anni ’80, anche quelli internazionali come il Merlot, il Cabernet Sauvignon e lo Chardonnay. In quegli anni, infatti, si pensava che per immettere sul mercato vini ancora poco conosciuti fosse importante utilizzare uve famose o che, comunque, godessero di una notorietà internazionale.

Il Sannio ha saputo, tuttavia, ingranare una marcia in più quando ha cominciato a investire sulle proprie uve: AglianicoPiedirossoBarbera del Sannio per i rossi, GrecoFianoCoda di Volpe e soprattutto Falanghina per i bianchi. Tutti i detti vitigni autoctoni sono veri esempi di biodiversità, che ben rappresentano le sfaccettature espressive del nostro territorio.

Il futuro parlerà molto del Sannio e del suo tesoro ancora troppo poco celebre: il monte Taburno, conosciuto anche come “La Dormiente del Sannio”. Dalla città di Benevento, infatti, il profilo del massiccio assume le sembianze di una donna supina, con i piedi rivolti verso la valle Caudina e la testa verso la valle Telesina.

Il re indiscusso del monte Taburno è sicuramente l’Aglianico: l’uva a bacca rossa più importante e pregiata dell’Appennino Meridionale le cui origini risalgono all’antica Grecia, come testimoniano numerose citazioni storiche. Dalla vendemmia del 2011, l’Aglianico del Taburno è l’unica DOCG della provincia di Benevento, in quanto le altre tre presenti in regione appartengono all’avellinese. L’area di produzione si sviluppa sulle pendici collocate a est del massiccio montuoso di origine calcarea. Nella DOCG rientrano 13 comuni: l’intero territorio di Apollosa, Bonea, Campoli del Monte Taburno, Castelpoto, Foglianise, Montesarchio, Paupisi, Torrecuso, Ponte e parte del comprensorio di Benevento, Cautano, Vitulano e Tocco Caudio.

La zona più vitata è quella che si estende nella fascia nord-est, sul versante che guarda la Valle Telesina: Foglianise e soprattutto Torrecuso, con oltre 1.200 ettari di vigna. I suoli sono molto variegati, prevalentemente argillosi e ricchi di scheletro, con altitudini che variano dai 200 ai 650 metri. Le condizioni pedoclimatiche cambiano nel quadrante sud della denominazione, sul versante che guarda verso la Valle Caudina, tra i comuni di Montesarchio e Bonea. Qui la zona è più fresca e ospita una serie di vigne intorno ai 600 metri di altitudine con terreni che si fanno ancora più poveri, caratterizzati dalle componenti calcaree. Con questi presupposti potrebbero nascere dei veri e propri cru, un po’ come nel caso delle Langhe in Italia.

Credo fortemente che il Taburno sarà “the next big thing” del vino in Campania, e non solo. Alcuni giovani artigiani stanno iniziando finalmente a concentrarsi sul concetto di eleganza, andando a sdoganare il concetto di Aglianico “pesante” e valorizzandone la dote di grande equilibrio.

Nel bicchiere l’Aglianico del Taburno si presenta con una trama fitta e di colore rubino, che con gli anni sfuma verso il granato. Piccoli frutti rossi, liquirizia e una parte vegetale che ricorda il geranio caratterizzano il profilo olfattivo di un Aglianico in gioventù. Amarena, inchiostro e grafite si manifestano spesso durante la terziarizzazione. Se la vendemmia è svolta a piena maturazione, il tannino è ben bilanciato dall’alcol e dal glicerolo, e il sorso risulta saporito, piacevolmente connotato da tracce balsamiche.

Due sono gli esempi che vorrei riportare: uno a Torrecuso, l’altro – ancora in via di sviluppo – proveniente dal versante sud del Taburno.

Il primo: Turrumpiso di Canlibero. Sia il nome del vino che quello dell’azienda rendono omaggio alle origini di Ennio e Mena, artefici della giovane realtà produttiva di Torrecuso. Canlibero ricorda infatti il Santo Protettore di Torrecuso, San Libero, e celebra lo spirito liberty dell’azienda, mentre Turrumpisio indica la località dove è situata la vigna di soli 0,3 ettari, storicamente conosciuta con questo nome per le ripide pendenze dei terreni. Si tratta di una vigna allevata ancora a tendone e gestita con solo rame e zolfo. La fermentazione avviene a tino aperto con utilizzo dei soli lieviti indigeni e la macerazione sulle bucce si protrae per circa un mese. L’affinamento avviene in acciaio e in tonneaux di castagno. Il sorso risulta succoso, il tannino è ben fuso con il resto del vino e un certo tratto rustico conferisce personalità.

Il secondo invece è un progetto di Marco Tinessa: un ragazzo originario di Montesarchio, che da anni vive a Milano. Vinifica prettamente Aglianico di Montemarano e, da quest’anno, anche una piccola quota di Fiano di Lapio. Ma da sempre il suo sogno è vinificare l’Aglianico del Taburno, la sua terra! Così nel 2015 acquista una quota di uva in zona Grici, a Campoli, cuore pulsante della denominazione Aglianico del Taburno DOCG, producendo poco meno di 200 bottiglie. Il risultato è davvero una piacevole scoperta: un vino freschissimo, dal sorso quasi salato che profuma di geranio, rosa, liquirizia e di ciliegia. Un vino che ci ha catturato a tal punto che abbiamo avuto il piacere di “ospitarlo” in esclusiva al ristorante Kresios con una etichetta personalizzata dal Maestro Mimmo Palladino. Un privilegio unico nel Sannio, non solo per la quantità risicata delle bottiglie prodotte, ma soprattutto perché ci permette una grande eterogeneità negli abbinamenti, sposando la nostra filosofia in maniera spontanea e rimanendo semplice e genuino, come il nostro terroir.

Grazie alle caratteristiche dei vini appena descritti, risulta evidente come l’Aglianico non solo possa essere abbinato a diversi piatti della tradizione campana a base di raù – ragù ottenuto da diversi tagli di carne e varie tipologie di pomodoro, che richiede una preparazione lenta per estrarre al meglio profumi e sapori – o formaggi a latte crudo con una leggera stagionatura, oppure ancora con salumi derivati dal maiale – salsicce, prosciutto, coppa di testa – ma si sposa perfettamente anche con piatti più “moderni”, protagonisti dei ristoranti attualmente più ricercati.

Photo Credit: www.vivitelese.it, napoli.repubblica.it, www.trovino.it, www.winesymphony.it


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