Questo breve racconto è ambientato a Milano, ma gli avvenimenti narrati avrebbero potuto svolgersi in qualsiasi parte d’Italia. Anzi d’Europa. Anzi dell’universo mondo. Anzi Besson. Anzhi quelli che ci han fregato Eto’o.
Anzi no. A pensarci bene, Milano è forse l’unico teatro possibile per ciò che abbiamo potuto ammirare in una fresca serata di tarda primavera.
Questo racconto non ha un voto. Avremmo potuto tranquillamente assegnare una valutazione a questo ristorante, e sarebbe come sempre stata sufficiente, anche se dal minimo sindacale l’eccedenza sarebbe stata giusto di un mezzo punticino. Senza nomi e cognomi, il coltello sarà allora più affilato del solito, e non solo per via della carne stopposa, ma nulla di tutto ciò è pura fiction. Tutto ciò è accaduto realmente.

Giri un angolo e si apre il sipario. Sei in un film. E’ sempre stato il sogno della tua vita, vivere un film. Solo che la sfiga, eternamente in agguato, ti ha riservato un ruolo di comparsa in una pellicola dei Vanzina.
La prima cosa che ti sorprende è la discrepanza anagrafica. Uomini: età media anni 50. 25, veri o ricostruiti, per le donne, che in inattesa percentuale ruotano balzellon balzelloni fra un’ammiccata ad un tavolo ed un’incipriata al naso, in attesa di essere scortate altrove.
Non manca il regista televisivo, con schiera di tronisti, dagli sguardi che sei più avvezzo ad incrociare sul banco di una buona pescheria e manipolo di pupe, calzate con riproduzioni della Puglia non ridotte in scala. Manca solo Guido Nicheli, il buon commendator Zampetti. Se n’è andato da tempo, ma è come se fosse lì con te. Ogni tanto ti scappa di girarti per controllare se sia arrivato. E ad un certo punto ne sei certo, non può essere che lui ad avere detto “questo piatto mi esaaaaalta”.
E invece no. Perché lui non c’è più, e anche perché in assoluto c’è davvero poco per cui esaltarsi.
Perché il filetto dal blasone cardinalizio che hai chiesto leggermente al sangue arriva cotto, molto cotto, praticamente lesso, e invoca l’alto prelato per celebrare, invece di un matrimonio felice con il poco scenografico contorno, una più consona estrema unzione.


Lo abbandoni lì, meditando sulla crisi delle vocazioni. L’errore viene constatato con un understatement quello sì degno di un buon ristorante, ma il cardinale te lo troverai lo stesso in conto e già solo per l’Eminenza, decisamente grigia, non basterà una banconota arancione.


C’è poco da esaltarsi perché i ravioli hanno tutto, un aspetto aitante, una consistenza callosa e un ripieno che dalla carta promette l’allappo sararliano. Peccato manchi loro qualcosa. Peccato soprattutto sia l’essenziale: l’anima, il gusto. E non ti sorprende più di tanto scoprirti a pensare che in fondo quei ravioli sono un po’ come la maggior parte delle ragazze lì intorno.

Non che gli uomini siano meglio, ma loro ti riesce di non guardarli anche se a tratti, non potendo evitare di intercettare qualche biascicato discorso negli attimi di silenzio del tuo tavolo, rimpiangi di aver tagliato i baffi per non poter adempiere alla frase fatta.
Perché il servizio più che prendersi i suoi tempi si perde fra gli aperitivi, ospiti che vanno e vengono e un pugno di tavoli occupati per la cena. Ci metti due ore e mezza per mangiare due piatti ed un dolce. E dire che non hai preso il risotto perché il maitre aveva estratto il cartellino color zafferano per ammonirti che tutto il tavolo avrebbe dovuto attendere una ventina di minuti. Per addolcire l’attesa nessuna entrata che amusi la bocca. Niente predessert. Niente piccola pasticceria. Resti lì, con le tue belle posate magnetiche che puntano a Nord anche se il tuo naso è a Nord-Ovest. Persino il conto necessita di 15 minuti d’attesa, mentre rischiamo di poter invocare l’usucapione delle sedie.
Perché il sommelier, dalla cui cantina hai ordinato una delle poche bottiglie bevibili ordinabili a due cifre trovandola al limite e accettandola senza neanche provarci, ti riporta pure il tappo per farti apprezzare il suo buon profumo di umido e di cantina. Cornuto e mazziato. Trattieni la voglia di ritapparlo. Il sommelier, non il vino.
E non bastano dolci degni di una stella a fare un gioiello. Passano i titoli di coda ma non ci sono applausi. Né per te. né per nessun altro.

Carlo Cappelletti

32 Risposte

      • walter

        per rendere divertente le cento euro spesi, spero che le incipriate erano almeno delle barzellettiere provetta

      • cicciopasticcio

        Aggiungo alla lista dei miei limiti la mancanza di senso dell’umorismo.

  1. walter

    con 1 primo, 1 secondo e 1 dolce a più di € 90,00 sembra più un pranzo papale che un pranzo cardinalizio 😉

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  2. bang

    qualcuno ci dica che locale è!
    Io ci provo: il ristorante dell’hotel Nhow di via Tortona

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  3. Michele

    Nome del locale. Altrimenti questa è solo un’invenzione e in quanto tale sfarina gli zebedei.

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      • fabio_s

        La curiosità sale di commento in commento…sputate il rospo (o il filetto!?) 🙂

      • Carlo (TBFKAA)
        Carlo (TBFKAA)

        hanno già indovinato in 4, ma non rovinerò il gioco 😀 ergo chi non si è visto approvare il commento sappia che aveva azzeccato la risposta.
        comunque non sarà stato il massimo, ma sputarlo sarebbe stato eccessivo. Ci siamo limitati a lasciarlo lì…

  4. SWR

    Ahahah lo sapevo! Il ristorante non sarà il massimo (fino a qualche anno fa non era poi cosi male) ma l’offerta per l’aperitivo, confrontato con posti simili in quel di Milano, non è affatto malvagia…

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      • SWR

        Insomma qua continuano a cancellare i commenti… 😛

        Diciamo che l’azienda in questione avrebbe dovuto starsene a fare quel che faceva (e fa) nell’ambito dei luxury products piuttosto che lanciarsi nella gestione di un ristorante a quanto pare non al livello del brand che rappresenta.

        PS. Non è il Trussardi,,,

      • fabio_s

        luxury products…mmhh…Milano…
        ho una domanda: i prodotti per cui è conosciuta la griffe sono vestiti?

  5. walter

    a me piacerebbe sapere se il recensore, dopo aver mangiato 9 raviolini e un dessert, è andato a sfamarsi in un altro ristorante o se ha passato il resto della serata a lavarsi e purificarsi per eliminare la cipria 😀

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  6. Tommaso

    Non rivelare il nome potrebbe portare alcuni lettori del blog a ricevere la stessa fregatura…
    Io sono per il “name & shame”

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  7. walter

    secondo la clientela e vari indizi potrebbe essere anche il punto ristoro del concessionario Ferrari, ma non vedo il recensore seduto in una cabrio con i capelli al vento 😀

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    • guido

      io ho mangiato più o meno gli stessi piatti e più o meno male
      al risotorante bulgari, anche se dalla recensione avrei pensato al gold

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